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Mezz’oretta scarsa, non di più. Tanto è bastato per bloccare letteralmente il mondo, o almeno quella significativa parte del mondo che utilizza i servizi con autenticazione di Google.

Aprire il browser per utilizzare un account di posta elettronica, gestire l’agenda con gli impegni, ma anche consultare ed editare documenti online, analizzare le statistiche dei propri siti e persino, di questi tempi, frequentare la scuola tramite Didattica a Distanza: queste e tante altre sono state le attività impossibili da eseguire dalle ore 13 alle ore 13.32 circa dello scorso 14 dicembre.

La routine delle molteplici attività online svolte da privati e aziende è ormai strettamente legata a poche e ben riconosciute aziende di servizi ma, se volessimo con una piccola forzatura considerare social network e siti di ecommerce categorie “non essenziali” alla vita digitale, forse è proprio l’ecosistema Google quello a cui siamo ormai vincolati a livello viscerale, considerando poi anche i milioni di smartphone che fanno girare Android.

La natura di quanto accaduto effettivamente in quella mezz’ora dello scorso 14 dicembre non è chiarissima, visto che proprio il colosso di Mountain View, nella sua nota ufficiale, è rimasto piuttosto vago e ha parlato di “un’interruzione del sistema di autenticazione per circa 45 minuti a causa di un problema di quota di archiviazione interna“, ma ovviamente si sono già scatenate le più diversificate teorie da spy story, anche perché pare che proprio in quella mezz’ora, stando ai resoconti dei siti specializzati Netscout e cybermap di Karpesky, si sarebbero registrati numerosi attacchi di tipo DDoS.

Google avrebbe, secondo alcune di queste tesi, “spento” volontariamente gran parte dei propri servizi, al fine di difendersi efficacemente da questo imponente attacco per poter poi ripartire in sicurezza.

Evitiamo in questa sede di approfondire ancora di più a livello tecnico questa argomentazione e ci soffermiamo però su un quesito di tipo filosofico-etico, anche se non certo esistenziale: se fosse vera la volontaria cessione dei servizi, ancorché momentanea, ci troveremmo di fronte ad una multinazionale che con un click può letteralmente spegnere tutte o quasi le nostre attività online?

È evidente che in questo caso l’interruzione, se confermati i problemi di sicurezza, sarebbe giustificata anche perché in ballo ci sono milioni di nostri dati sensibili, ma in una visione non così ottimistica del futuro, siamo certi che la cessazione dei servizi non possa avvenire anche per altre cause, magari meno nobili o legate all’acquisto obbligatorio di servizi?

La nostra risposta a questa domanda, quanto meno al momento e finché esistono istituzioni nazionali e sovranazionali come l’UE, è che non è possibile per Google o altri simili colossi prendere decisioni così drastiche senza serie conseguenze, anche in termini di pesanti sanzioni internazionali. Tuttavia, vedendo quanto accaduto con Google Foto che da giugno 2021 diventerà un servizio a pagamento se si superano i 15 Gb di spazio, non sorprenderebbe nel prossimo futuro l’adozione di più stringenti politiche di monetizzazione a fronte della corresponsione di servizi fino ad oggi totalmente o parzialmente gratuiti.

Dobbiamo essere dunque consapevoli della nostra dipendenza verso le multinazionali digitali ma, al contempo, non dobbiamo preoccuparcene troppo, perché l’interesse comune in fondo è che gli utenti continuino ad utilizzare i servizi, fidandosi dell’azienda e soprattutto della sua reputazione.

Non dimentichiamoci però che oltre ai problemi tecnici per così dire “mondiali”, ciascuno di noi, nel proprio piccolo, può diventare vittima di guai seri o anche serissimi semplicemente trascurando la manutenzione ordinaria e soprattutto i servizi di backup dei propri dati e dei computer aziendali. Evitare il rischio di un “down” locale però è possibile, basta chiedere a chi, come i ragazzi di Globalsystem, da anni si occupano con successo di sicurezza aziendale e assistenza tecnica specializzata!

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